R. e il coraggio di saltare

Stasera mi va di scrivere. Non l’ho fatto per quasi due mesi, qui, ma stasera ne ho un bisogno primitivo. Quasi tribale.

Oggi ho parlato con R.
R. è una giornalista, come me. Ha più o meno la mia età, abbiamo studiato alla stessa università, il primo ricordo che ho di lei è un viaggio sul treno, di ritorno da un esame. Finestrini abbassati, fracasso delle rotaie nelle orecchie, libretto con l’ultimo 30 nella borsa a tracolla. Abbiamo parlato di libri, di compagni, di tesi di laurea, ci siamo anche scambiate il numero di telefono. Poi non ci siamo più incontrate per un po’, ma le nostre vite si sono guardate da lontano. Accantonata la corona d’alloro, abbiamo fatto la gavetta nella stessa redazione, il quotidiano cittadino. Ci siamo incrociate in corridoio, a volte abbiamo bevuto un caffé insieme, ma poco di più. Ognuna di noi era concentrata sul suo futuro, sul prendere a morsi una carriera che ci aspettavamo in salita, ma mai avremmo creduto così. Rivali mai, ma assorbivamo una tensione da competizione che solo i collaboratori freelance dei giornali possono capire. Credi che ci sia un posto libero in redazione e fai di tutto per fare in modo che tocchi a te, a nessun altro.
Poi i mesi passano, le aspettative sbiadiscono, i tuoi pezzi pagati tre euro a colonna cominciamo ad assomigliarsi un po’ tutti. Ti guardi intorno e capisci presto come gira: le profumiere del direttore metteranno il loro culo secco su quella immeritatissima poltrona e tu – nell’acquario – starai al vetro a guardare. Pensi che non è giusto, a volte piangi, mille volte pensi di scaraventare la scrivania contro il muro. Tante volte hai voglia di mollare tutto e ricominciare da capo.
Io da quella redazione sono scappata a gambe levate quasi subito. Non perché sono più furba, o più scaltra. Semplicemente ho avuto quella che pensavo essere una gran botta di fortuna e ho preso il treno al volo. Un treno che adesso sta deragliando. R., invece, è restata. Ha tenuto duro, ha sopportato, ha ingoiato polvere e forse ha ricacciato indietro le lacrime più amare, sperando che la meritocrazia avesse la meglio. Cazzo, almeno una volta, almeno con lei. Ha guardato gli altri girare i tacchi, esausti. Prima I., poi A., poi C. Eppure lei riteneva duro.

Oggi R. mi ha detto che se n’è andata, si è stancata. Un salto nel vuoto che quando arrivi a un certo livello di esasperazione non ti spaventa più. Cosa farà domani? Ha voglia di ricominciare di nuovo? Come la ingoia la vertigine del nulla che si vede davanti? Cazzo, non è colpa sua. Ha fatto tutto, di tutto, per guadagnarsi quello che si meritava. E se lo è preso qualcun altro.
E così si ricomincia da freelance, senza certezze, a bussare a porte che forse un giorno si apriranno, anche se ormai non ci fanno più fare nemmeno gli stage nelle grosse case editrici, perché siamo “laureate da troppo tempo”. E dei mille pezzi che scriveremo, magari ne pubblicheranno due all’anno. E forse allora torneremo a fare un secondo o un terzo lavoro, ma cammineremo sempre a testa alta.

Ci sono momenti in cui andarsene non è una scelta o una possibilità, ma è doveroso verso se stessi

Brava R.
Che ne sarà di noi, di preciso, non lo so.
So solo che “siamo belle e forti” e continueremo ogni giorno a trovare la forza di alzarci e “spaccare il culo al mondo”.

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Hakuna Matata. E scusate il ritardo.

Che mi venga un colpaccio. Stam, diretto, dome una schioppettata. È quasi un mese che non scrivo.

Sono serena.

Sì, sono la prima a non riconoscermi. Viso disteso, espressione rilassata, persino un colorito dorato. Ma chi è quell’ebete che mi fissa con sguardo acquosamente vacuo dallo specchio? E che sia La Franca quella? Oh Santi numi! E che ha? É tranquilla? Serafica?

Sì, o miei venti manzoniani lettori. Sono PACIFICA, quasi rincoglionita da tanto mi trastullo in questo stato di inaspettato benessere.

“Perché?” vi chiedete voi fedeli, che mi conoscete bene. Niente più occhi iniettatati di sangue, niente ruga-solco dritta in mezzo agli occhi come un totem, niente porconi. E chessaramai ‘sto segreto di Fatima?

Si chiama Hakuna Matata.
Non prendetevi gioco di me, ma sono stata una settimana in Kenya e ho avuto un’epifania. Vuoi il mare, calmo e placido nelle sue maree lente. Vuoi il sole, cocente come solo all’equatore. Vuoi la savana, talmente secca, infinita, immensa, senza ostacoli all’orizzonte, che ti riempie occhi e cuore. Vuoi certi occhi, sempre allegri e generosi, anche se l’unico tesoro che hanno da condividere sembra essere un “Jambo”. Che ti pare poco, ma quando torni in Italia sei stranita da quanto la gente non ti guarda e non ti saluta. Vuoi le stelle, così vicine che sembrano caderti sui capelli, mentre a pochi passi un elefante si abbevera al fiume. Vuoi il tempo per leggere, mangiare, camminare. Pole pole.

Insomma, sono tornata con un Mal d’Africa nella pancia che quasi non riuscivo a pensare ad altro. Ma non è stato un trauma che mi ha intristito, al contrario, mi ha regalato un’inaspettata voglia di tornare e fare meglio, fare di più. Dopo aver staccato (erano sei anni che non andavo in vacanza), ho visto tutto con una prospettiva diversa, molto più equilibrata, molto più calibrata. Mi sono guardata e mi facevo pena.

Quanta rabbia repressa, quano astio, quanto pessimismo, quanto piangersi addosso per niente. Voglio stimoli, voglio sfide? Bene, fuori le palle, da oggi mi prendo tutto quello che mi merito. E, anzi, strappo coi denti anche qualcosa di più.

D’altronde la vita è una sola.

Hakuna Matata

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L’ufficio trema: i manigoldi e l’incontenibile terrore sismico

Sono tre giorni che a ogni piè sospinto, qui al terzo piano del mio ufficio, si snocciolano crisi anti-sismiche ogni rintocco d’orologio. Una goduria che non vi dico.

Or ora che siamo appena rientrati dalla terza evacuazione in poche ore, mi va proprio a genio l’idea di stendere un bell’elenco delle figurine dei miei colleghi, ritratti in Case of Emergency. Ovvero nel pieno di un’isterica e incontrollabile scarica di panico. Da come reagiscono, si capisce molto, moltissimo di loro. Ah, la Comédie humaine, che spasso.

 

La situazione è questa. Ore 16 circa, mentre il direttore se ne sta bel baldanzoso in piedi nell’atrio, nel bel mezzo di un sermone, avvertiamo nettamente una scossa di terremoto.

È magnitudo 5.4, l’ho sentita anch’io (stavolta).

La tastiera del computer mi ha ondulato tra le mani. Le reazioni sono queste:

 

1. IL GIULLARE FULVO: in reception, adorabile cinquantenne con evidenti pulsioni sessuali represse (da anni continua a fingere di essere etero, anche con se stesso). Dal nulla si mette a ululare «TERREMOTOOOOOOOOO!!!!!» con voce da soprano stridula. Mi viene un coccolone lirico che quasi mi scatta l’applauso. Per un attimo mi aspetto di andare di là e trovarlo ingoiato da una voragine sotto alla sua postazione. Invece, arrabattati i flaconcini di Herbalife nell’inseparabile borsa, scaglia la sedia contro il muro e si mette a galoppare per l’ufficio, tutto impettito nel suo completo scozzese (lo so, quello è più sconvolgente di qualsiasi movimento tellurico). Poi, dopo aver inalato un tranquillante per via nasale (non ho fatto in tempo a strapparglielo di mano, l’ha spacciato per Paracodina) chiama i genitori ottantenni per mandare nel panico anche loro. La povera madre, quella cara signora, era già in macchina con la valigia sulle ginocchia, pronta a sgommare verso chissà dove. Tale madre, tale figlio. Ottimo self control, non c’è che dire.

 

2. LA MALIARDA ASSUEFATTA: forte dell’essere una raccomandata, crede di dover prendere il controllo della situazione, nonostante dev’essere stata dura per lei rinvenire da quel molle stato di trance che la avvolge perennemente. Con fare militaresco, passa a sfondare le porte di ogni stanza per gridare «Andiamo, andiamo!». Dopo essersi attaccata al cellulare per diramare l’allarme a figli, nipoti e parenti tutti (ma com’è che a tutti viene una gran voglia di telefonare?), si lancia giù per la tromba delle scale mettendo a dura prova il malefico stiletto. Anche lei trangugia al volo una pastiglietta di Xanax, convinta che io non la veda col mio sguardo laser. Una volta giù nel piazzale, l’adrenalina-placebo la abbandona, mi si avvinghia al braccio e scoppia a piangere. Su, minchia, potresti essere mia madre. Un po’ di dignità.

 

3. LA COLLEGA PIGNOLINA: non ha fatto in tempo a sentire la sirena partire che aveva già addosso il cappotto, monitorato le previsioni della Protezione Civile, spento il computer e ordinato i dipendenti in ordine alfabetico. Ha anche spento le luci, porco cane. Poi, dopo essersi accertata telefonicamente che a casa tutti stavano bene, ha ingollato qualche grano di Effervescente Brioschi per parare il colpo. Tutto qui. Chapeau, mademoiselle Manù.

 

4. LA CAPA FRUSTRATA: incazzata nera perché eravamo già a metà scala, se l’è presa con chi non si era accorto di nulla. «Ma come non hai sentito niente???????? Ma stai scherzando??????» e ha girato i tacchi sbuffando. O si fa come dice lei o son cazzi. Deve sempre averla vinta. E per dispetto si rimette alla scrivania, aprendo da chissà dove un faldone di fatture, mette il broncio e comincia la pantomima. O Gesù.

 

E voi, come è andata nei vostri uffici? Buon tremblement-panic a tutti.

 

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La lonza, il leone e la lupa: dovete morire. In senso figurato, of course.

Ci sono giorni in cui arrivi al lavoro e sei già incazzata. Non è stato il traffico, non è stata la tabaccaia curiosa come una bertuccia, non è stato il Trio Medusa alla radio che passa per l’ennesima volta Marracash. È solo che sai cosa ti aspetta. E maronna, solo io so quanto mi vergogno di quello che sto scrivendo.

Sì, lo so, sono fortunata. Ho un lavoro. Ho un contratto. Ho una sedia su cui tenere il sederone tutto il giorno. Anzi, 8 ore canoniche. non un minuto di più o di meno altrimenti impazzisco. E chi mi conosce sa che sono tutto fuorché lazzarona, ma la spira della mediocrità da impiegatuccia mi si è insinuata nelle meningi.

Fatto sta che ho perso ogni poesia. E mi fa sobbollire l’idea che tutti credano che ho un ottimo lavoro che mi riempie d’orgoglio e invece è di una mediocrità allucinante. Ecco, non me la sento di aggiungere altro per pudore.

Ma che devo fare? Ho forse il diritto di lagnarmi? No di certo. Soprattutto per il rispetto che nutro per chi un lavoro non ce l’ha.

Così, per il mio famelico gaudio, andrò a riversare la mia acida insolenza sulle tre figure lavorative che tediano la giornata di ogni lavoratore. La mia in testa. Oggi soprattutto, che la PMS (vedi Guy) mi appanna il raziocino.

  1. LA LONZA: è la lussuria fatta gattina. Ti passa davanti con chiappe incredibilemnte sode e ciglia applicate. Se poi non sa scrivere una riga che sia una con un po’ di verve… bah. A lei i genitori hanno pagato il master riconosciuto dall’Ordine e dunque via, a mettere il nome su testate che non dovrebbe neanche sfiorare col pensiero. E invece ci lavora.
  2. IL LEONE: la superbia scuote la sua criniera al vento. E senza titoli o meriti per farlo. Un esempio? Io, che l’Accademia della Crusca me la magno a colazione (sono insopportabilmente saccente, lo so), devo stare zitta se l’impiegata di un idraulico mi contesta la grammatica di un testo. Allora, forse non ci siamo capite. IO domino la mia lingua, TU devi continuare a fare il tuo lavoro. Ovvero dividere brugole per colore e non stuzzicarmi gli zebedei. Anche perché fare il pelo (sbagliando) ad un profilo aziendale in calce ad un articolo comprato… no, non mi pare opportuno. «Fai il tuo» come direbbe un mio buon amico. E vedrai che prima o poi imparerai a coinugare i verbi anche tu.
  3. LA LUPA: la dilaniante frode (intellettuale e non). E qui ci scappa il ben noto porcone. Se c’è una cosa che mi fa crescere pustole di fastidio in ogni dove, è la gente che se la racconta. E pretende anche che noi ce la beviamo tutta. Inutile, dannoso e stupido il dirci «devi continuare a lavorare con passione», quando non fate che stracciarci le palle tutto il giorno dicendo che siamo sull’orlo del tracollo finanziario. Sapete, c’è la crisi. Sì, la crisi dei valori, i vostri. Volete sapere perché, dinamiche economiche a parte, le vostre aziende stanno andando a rotoli? Perché voi parlate di fuffa, vi riempite la bocca di fuffa e non sapete fare altro che fuffa. Ma lo fate con stile e allora con gli altri vi pare di salvarvi la faccia.

 

Perdonate lo sfogo, fase down. Ma non disperate, all’alba vincerò. Vi sorrido (non come la mela, sul serio).

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L’immenso De Falco contro una schittata qualunque. Bis.

No, non accetto che il mio ultimo post venga surclassato e fatto slittare da parigine e shopping per questioni di cronologia. E allora lo ripubblico. Tiè.

Rileggetelo qui.

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L’immenso De Falco contro una schittata qualunque

“Vada a bordo, cazzo!”

Quando ho sentito quella frase, urlata con voce vibrante, ho sentito il sangue in fiamme. Avrei voluto averlo lì, il Comandante,  e avvinghiarmi a lui come una patella su uno scoglio. Sì, baciami, o uomo con le palle. Bentornato, severissimo maschio in divisa. Quanto mi sei mancato. Ma dov’eri fino a ieri? Come, come ho potuto non conoscere l’austero tuo timbro? Perché, perché il tuo piglio fermo e inclemente non mi ha batteccato prima d’oggi? Ti amo, pio militare lupo di mare.

Come mai, mentre ascoltavo a bocca aperta la strigliata tremenda che il grande Falco ha dato al minuscolo e inetto Schettino, metà di me tremava di ossequiosa e reverenziale paura, mentre l’altra metà s’illuminava di autentico godimento? Sciocca d’una svampita. L’adolescente che è in me è forse, seduta stante, tombée amoureuse? No, non è stato uno spasmo ormonale. Si tratta di un bisogno latente, inatteso da tanto, troppo tempo.

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, diceva il sibillino Bertolt. Ed effettivamente, non c’è poi tanto da idolatrare un uomo che ha semplicemente fatto bene il suo lavoro, attenendosi con scrupolo (e vigore) alle procedure. Non ha fatto altro che rispettare le regole. E ha alzato la voce contro chi, quelle regole, se le è attaccate al culo per una stupida vanitoseria, giocando con la vita di altre persone. E lasciandosi cadaveri alle spalle.

Ma, diciamocelo, quanti De Falco conoscete, a discapito di una miriade di odiosi Schettino? E mai come in questo caso nomen omen: da una parte il maestoso rapace, che con la sua immensa apertura alare vola sulla prateria degli stronzi, dall’altra parte il piccolo Schettino, che del falco sembrerebbe solo la misera defecatio.

 

Sapete cosa mi auguro, in questo 2012 di crisi? Sapete cosa desidero ardentemente, a pochi mesi dal mio licenziamento, visto che il mio contratto da giornalista non varrà più una cippa di minchia, considerato che mi strapperanno il tesserino? Vorrei che tutti gli uffici (e non solo) vengano invasi da uno stormo di De Falco incazzatissimi. Non le solite scimmie urlatrici che danno aria alla bocca, ma professionisti competenti, con i controcazzi, che si assumono le proprie responsabilità e, consapevoli della loro preparazione, si prendono la briga di cazziare le vittime del lassismo. Basta con quelli che se ne fregano, che grattano un po’ di qua e un po’ di là, che sgraffignano stipendi e rubano il posto a chi se lo meriterebbe davvero. Le larve, i parassiti (personaggi ahinoi familiari), i menefreghisti, quelli che se ne fottono del loro dovere e lo fanno come capita. Tanto poi la fanno franca. Echissene?

Certo, è più grave che il comandante di una nave da crociera con 4mila passeggeri a bordo si comporti con giuliva leggerezza. Ma quanti Schettino riempiono gli uffici, le pubbliche amministrazioni, i negozi, i comandi di Polizia, le poste, le aziende? Non sono forse tutti tarli che – magna e sbadiglia – disfano la casa di tutti? Nella nostra cara Italia, quanti furbetti passano davanti, si stiracchiano la schiena e non si voltano nemmeno a guardare i danni del loro essere incapaci?

Il problema, io credo, sta a priori. Chi l’ha messo lì Schettino? Chi l’ha selezionato? Chi l’ha monitorato, controllato, chi in questi anni gli ha chiesto conto della sua efficienza? Chi si è accertato che svolgesse il suo compito con coscienza?

Vuoi vedere che se ci fossero meno raccomandati e più meritocrazia, e tutti stessero al posto che seriamente si sono guadagnati, certi episodi non si verificherebbero così spesso? Può darsi sia solo un’ipotesi azzardata… ma neanche troppo.

 

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La collega parassita e l’arte del cazzeggio

 

Dite la verità: è o non è un argomento degno di un piccolo trattatello? Orbene, appunto dunque (come direbbe una mia ex professoressa del liceo non troppo brillante in quanto a lessico), Mi candido a tracciarne una sintesi. Così, tanto per scaricare della rabbia repressa. Che, lo sappiamo, fa venire antiestetiche rughe d’espressione, perciò va estirpata quanto prima.

Dovete sapere, cari i miei venti manzoniani lettori, che nell’ufficio dove lavoro c’è un formicaio. Un crogiolo brulicante di piccoli parassiti, fra i più fastidiosi. La gran parte, anche se succhiano senza ritegno la linfa di noi mesti lavoratori, sono tutto sommato innocui. Se ne stanno lì, appollaiati come allocchi barbuti sulle loro scrivanie, e cazzeggiano. Lo fanno con stile, a tratti persino con un’insospettabile grazia.
C’è la cugina del vice, la cui più greve preoccupazione è mantenere vaporosa la sua messa in piega da 100 euro (se la fa fare due volte a settimana, Miss Austerity) e appuntare geroglifici sulla sua agendina in pelle firmata Tod’s. Poi c’è la centralinista, che tra botox e borse di coccodrillo viene a lavorare solo per darsi un’aria intelletual chic con le altre sgualdrine del suo rango. Poi c’è il figlio di papi, quel molle paramecio, che a parte fare due telefonate e leggere il meteo su internet pare non contempli altre voci all’ordine del giorno.

E poi c’è lei. La magnifica, sublime, altissima e benemerita Ape Regina. Quella arriva presto la mattina, avvolta nella sua pelliccia alla caviglia (desueta quasi quanto le sue sopracciglia), fresca fresca per affrontare una nuova giornata. Fasciata in mise da cubista, abbastanza discutibili considerata la sua età non proprio di primo pelo, si siede all’ingresso e si mette all’opera. In cosa consiste il suo lavoro? I santissimi numi del cielo non me ne vogliano ma, minchia d’una minchia, non ho proprio idea di come riesca a far passare otto ore facendo un beatissimo cazzettone di niente. Niente.
Sta su Google, consulta gli astri, sfoglia la guida del telefono, tempera matite, ordina jeans on-line, prepara beveroni Herbalife per interi villaggi e, mortacci sua, scende a fumare ogni tre per due. Per carità, lungi da me il giudicarla se è arrivata a 50 anni a fare la scansafatiche. Ma se il suo fancazzismo intralcia il mio lavoro e quello dei Templari (ricordo che i suddetti sono la schiera degli sgobboni a me contigui), ahi ahi ahi, signorina,

mo’ so’ Uccelli senza zucchero per tutti

Ad esempio, secondo voi chi si smazza pratiche in tribunale o code negli uffici postali mentre lei fa finta (e vi giuro che fa finta) di fare la commerciale? Chi si ferma di più mentre lei trova sempre il nauseante modo di sgattaiolare via cinque (se va bene) minuti prima? Chi si occupa delle spedizioni mentre lei gioca a solitario sul computer (un magnifico Mac, tra l’altro, per la saga perle ai porci)? Chi fa il piantone in pausa pranzo all’impresa di pulizie mentre lei va a fare il pisolino?

Eppure, la signora fa anche la splendida. Si lamenta che non ha niente da fare e che, pover’anima, si annoia. Oh, che il karma mi leghi i polsi.

Lei è una parassita, ma chi continua a pagarla per scaldare la sedia me le fa girare ancora più a elica. “Quella stronza mi farà venire un’orchite bilaterale, mi girano follemente gli zebedei” disse una volta la mia cara collega-Candy. Come darle torto.

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Quello che gli altri si aspettano da me

Sindrome da prima della classe. Ve ne avevo già parlato?
Con ogni probabilità sì, visto che è un aspetto di me che cerco di sputare fuori subito. Un po’ per spirito di condivisione (sì, certo, bella panzana), un po’ per giustificare certi miei stravolgimenti d’umore a tratti nefasti (ecco, brava, così va meglio).

In pratica, la situazione è questa. Fin dalla tenerissima età, la mia figura di riferimento (mia mamma, per l’esattezza) ha sempre preteso moltissimo da me. Fottutissimamente moltissimo, a dire il vero. Scusate l’espressione da ragazzaccia del ghetto, ma vi assicuro che non ce n’è una migliore.

Qualche esempio:

1. A scuola, niente voti al di sotto dell’8 (ma cacchio, perché???!!!)
2. A casa, altissima efficienza (studiare sempre, cazzeggiare mai… o quasi)
3. Fuori, comportamenti integerrimi, non sia mai. Questo significa che non si dorme a casa dei genitori del moroso e non si tarda nemmeno di due minuti.

Il risultato è stato, in adolescenza s’intende, che il punto 1 l’ho dovuto rispettare, mentre al 2 e al 3 ho salvato la facciata, ma il ciccio è stato ben diverso (brighella che non sono altro).
Adesso che sono cresciuta, sono riconoscente a mia mamma per la sua severità, perché mi ha abituata a pretendere sempre il meglio da me. Ma il lato maledettamente insopportabile di quest’educazione un po’ da Rottermeyer è presto spiegato.

Non riesco a reggere l’idea di non essere all’altezza delle aspettative. Bè, stimolante, direte voi. No, con il chiurlo. Perché le aspettative che credo di deludere sono quasi sempre quelle degli altri.

Sul lavoro, dunque, anche se poi è tutto un effluvio di porconi (per capire la portata dei porconi cfr. Qui), non dico mai di no. Anche se si tratta di cose che non mi competono, ma che dovrebbe smazzarsi qualcun altro. Tipo, ad esempio, pagare le bollette o ritirare la biancheria al lavasecco. Che cojoni (scusate, è uscita ancora una volta la ghetto girl che vive in me). E poi, portarsi il lavoro a casa senza avanzare pretese, fermarsi in ufficio senza avere le straordinarie pagate, fare il sorriso da ebete quando dentro ti brucia un falò di insulti. Tutto per non far pensare che io sia poco umile, o ingrata.

E fuori dall’ufficio? Racconterò solo un esempio. Mio fratello, che nel giro di un anno si è fatto una carrozzeria di muscoli da spavento, grazie a sessioni di pesi, corsa e parkour, mi ha fatto notare che sono flaccida. Allora a tavola si è aperta una discussione sul mio peso e tutti (che imbarazzo) hanno convenuto che dovrei iscrivermi in palestra. Tornata a casa, ho avuto una crisi di pianto perché mi sono sentita inadeguata e grassa. Capite la gravità della questione? Io che allo specchio mi piaccio, mi sono sentita in colpa perché non piaccio agli altri.

Che disdetta, la sindrome da prima della classe. Per fortuna, ho imparato a gestirla. A suon di porconi, s’intende 😉

Alla prossima!

PS: Continuate a seguirmi, vecchie volpi.

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I buoni propositi minchioni

Ci sono tre motivi per cui non dovrei fare quello che sto per fare:

1. tutti i blogger, prima o poi, ci cascano;

2. sono una sciagurata illusa, se penso di poterne mantenere anche mezzo;
3. quella valchiria della mia cognata (che è perfetta sotto ogni aspetto, il metro di Mary Poppins le fa una pippa) sostiene siano inutili.

 

Di cosa parlo? Dei maledetti buoni propositi del nuovo anno. I miei, nevvero, durano un battito d’ali, nel senso che si allungano dalla sbornia di Capodanno ai Giorni della merla (chi non sa cosa sono i Giorni della merla fili dritto dietro la lavagna. Subito). Siccome però vivo di piccole gioie, quali l’autoconvincimento, l’autocompiacimento e la voglia di ripetermi che sono una minchiona, provo a segnarmene qualcuno. Si sa mai che verso agosto possa essere cambiato qualcosina.

  • First of all, vorrei seguire il consiglio di un collega. Non è uno di quelli stronzi, anche se non fa parte della cerchia ristretta dei miei Cavalieri Templari (cospiranti alle spalle della direzione e con il caro dito sempre idealmente eretto). Il messaggino che mi arrivò poco dopo il countdown di sabato recita così: «E basta con ‘sta pace e serenità! Ti auguro di non fare un cazzo e guadagnare tanto. Di fare sesso tutte le volte che vuoi e con chi vuoi. Di vincere la lotteria con un biglietto che hai fregato. Che le cose peggiore che hai pensato per chi ti sta sulle palle si avverino. Buon anno!!!». Bel progetto, no? Peccato che a me non si addica molto, perché non crede che il suo karma (né quello del mittente) siano d’accordo. E allora me lo conservo nella memoria del telefono, come buon auspicio, anche se non credo che lo saprei mai applicare. Io, povera anima fragile, sono capace solo di cattiverie in forma scritta. (Per la cronaca: ogni volta che lancio malefici mi pento al punto che spesso incrocio le dita. Mi faccio paura da sola).

 

  • In seconda posizione sta il «voglio imparare a dire di no al mio capo». Ci sono rimasta malissimo quando su questo (inquietante) sito, un portale che si offre gratuitamente di tirarti le orecchie durante l’anno se non stai rispettando le promesse formulate a gennaio, ho evinto che si trattava di un proposito tra i più diffusi. Ohi, che amarezza scoprirsi banali. Comunque non m’importa, io lo voglio imparare davvero. Altro che farmi imbortolare con cose strane che vanno ad inficiare il mio tempo libero e il mio equilibrio biliare.

 

  • Terza cosa, voglio smentire quel maledetto di un oroscopo, che per il 2012 mi promette sciagure e nefasti accadimenti. Oh, meglio fare le corna. Anche se, poco dopo che Paolo Fox, Branko e un altro scimunito col turbante avevano screditato la sorte dello Scorpione, ho scoperto un dramma. Un disastro. Ovvero, il Governo Monti vuole abolire l’elenco dei giornalisti pubblicisti, dunque vuole stracciare il mio tesserino e buttare all’aria anni di fatica, sangue e lacrime. Altro che. Questo significa che il mio contratto da collaboratrice redazionale può anche andare a ramengo. Massì, cosa volete che sia? Mi inventerò una buona alternativa. O, come mi consiglia il mio amico Tone, andrò a scaricare le cassette di arance al mercato della frutta. Sob.

Che dite, ce la farò? E voi, che propositi minchioni avete? Pregasi astenersi propositi della fuffa (tipo iscriversi in palestra e mangiare meno dolci).

Comunque, per gradire l’aria fresca dell’anno appena cominciato, mi sono fatta già il restyling. L’avete vista la testatina nuova? Naturalmente, è firmata Meri.

 

 

 

 

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La crisi del curriculum farlocco

Looking for a JobGià lo so: con questo post farò incazzare una donna, ma forse ne commuoverò un’altra.

Quella che s’incazza, ebbene sì, è come sempre quella santa donna di mia madre. Quella che si commuove, è probabile, è una mia cara collega, seduta alla scrivania alla mia destra fino a qualche mese fa. Il perché e il per come è stata impunemente traslocata in un tugurio a due porte e quattro passi e mezzo dal mio, boccette di succo decorate e pattine di feltro al seguito, è un’altra storia. Ve la racconterò a tempo debito (quella del cambio di ufficio, non quella delle pattine, ragion d’essere delle quali – ahimè – è ancora un mistero).

Ogni neolaureato che si rispetti, a meno che non porti un cognome di un certo spessore o che abbia avuto un’indomita botta di culo, a un certo punto della sua mirabolante caccia al lavoro attraversa quella che nell’ambiente chiamiamo lacrisi del curriculum farlocco“. Vi chiederete, e che sarà mai? Mo’ ve lo spiego.

“Buongiorno signorina, benvenuta da McDonald’s”
“Buongiorno a lei. Mi chiamo La Franca, ho 27 anni e sto cercando un lavoro. Ho letto che assumete apprendisti”
“Sì, cerchiamo giovani motivati che abbiano voglia di inserirsi nel mondo del lavoro”
“Bene, eccomi”
“Noto con piacere che è determinata. È un vantaggio, perché sa, molti qui da noi cominciamo friggendo patatine e nel giro di pochi mesi diventano direttori del locale. Siamo un’azienda meritocratica, che crede nei giovani”
“Mi fa piacere”
“Immagino che questo sia il suo cv. È aggiornato?”
“Sì”

Il gelo. Guarda il mio curriculum, lo legge e poi, dopo appena qualche secondo, alza lo sguardo con un’espressione tra l’inorridito e lo sconcertato. Che cosa ho scritto? Sta a vedere che ch’io infilato un errore di battitura. Cazzo.

“Ma, mi scusi signorina, qui c’è scritto che lei ha due lauree”
“È vero”
“Eh no, stiamo cercando una persona affidabile, non una che appena ha trovato un posto migliore ci pianta in asso. No, non si può proprio fare, mi dispiace. Le consiglio di cercare qualcosa nel suo settore”

E mi porge il mio cv, bello inamidato nella sua cartelletta trasparente.

Qui mi si sfascia la faccia in una smorfia di dolore e me ne vado stringendo i denti.
Entro in macchina. O brutta stronza! Ma che pensi? Che aspiri a scaldare hamburger di manzo per la gioia di farlo? Cosa credi, o buzzicona, che mi sia divertita a buttare nel cesso cinque anni di università per elemosinare una divisa col cappellino? Mavvvaffanculo!!!! E batto ripetutamente la fronte sul volante, fino a che il clacson si scarica estenuato.

Di scene, e reazioni del genere, a me ne sono capitate a iosa. Da qui la rabbia di mia madre, che confido non abbia ancora scoperto questo blog e non legga queste righe. “L’educazione innanzitutto”. Non che io mi sia mai permessa si sbraitare sputacchiando bile a nessun colloquio, ma per mamma non sono consentiti nemmeno gli sfoghi interiori, a meno che non siano epurati da vaffa di ogni sorta. E chi mi conosce, sa che non mi è possibile evitarli. Né gli sfoghi, né i vaffa.

Che caspiterina c’azzecca la mia collega?
Bè, lei – che invece è estremamente gentile e a modo – ha fatto una scelta diversa dal girare come un calabrone impazzito da un’agenzia interinale all’altra senza cavare un ragno dal buco. Un giorno, sconvolta dopo l’ennesimo colloquio andato male, è tornata a casa e, in lacrime, ha farloccato il suo curriculum. Via l’università, via le lauree, via gli stage, via le lingue. Ha riesumato i suoi lavoretti estivi e li ha messi tutti in ordine cronologico, nero su bianco. Eccoli lì. “Basta, adesso faccio finta di non aver mai studiato” e, sbattuta la porta di casa, è corsa (sempre in lacrime) al negozio di giocattoli lì vicino per giocarsi il posto da commessa. La titolare del negozio probabilmente è ancora oggi impietrita dietro il bancone a chiedersi perché una fanciulla singhiozzante abbia portato il suo curriculum e l’abbia mollato vicino alla cassa così, senza riuscire a spiaccicare una parola che fosse una, per poi correre di nuovo fuori coprendosi gli occhi e lasciandosi alle spalle bambole e peluche, anche loro ammutoliti.

Dolce, dolce Candy (nome in codice, s’intende). Che tenerezza mi ha fatto il tuo racconto. Chissà quante, come te, hanno dovuto fingere di essere quello che non sono, solo per guadagnarsi un posto di lavoro dignitoso. Già è doloroso dover ammettere di aver fallito, già fa male rinunciare, ma lavorare si deve ben lavorare. E allora ti metti una maschera, fino a rinnegare una parte di te, forse quella che ti rappresenta di più.

È aggiornato il suo curriculum signorina?
Aggiornatissimo

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